mercoledì 20 maggio 2015

Tante parole per l'amore


Un passo dopo l’altro procedeva lungo il viale alberato. L’anca doleva come al solito, tuttavia il nonno era entusiasta, si stava dirigendo a casa del suo nipotino per la consueta mattinata nel parco comunale e tutto era al posto giusto; il sole iniziava a rincuorare i pedoni della città e gli alberi sembravano chiassosi per le strade, come al mercato, dove nelle bancarelle i fusti scuotevano le loro tonalità di verde al miglior osservatore. Era una meraviglia la primavera e non per caso qualche giorno fa l’uomo aveva trovato in una scatola in cantina il libro di Scienze: V B  Giulia, sua figlia, che mai si sarebbe immaginata suo padre studiare per giorni e giorni al fine di insegnare al bambino di cinque anni i fiori e le piante. Ed in quel giorno si sarebbe tenuta la lezione!  
Mentre camminava il nonno osservava qualsiasi pianta, fiore, erba. Ripassava mentalmente il sermone di Scienze. Stimma, fusto, peli radicali, petalo… no aspetta. Ahn si! Si può dire anche corolla. Tiglio, betulla, pino marittimo, cedro… “Ciao nonno!” tigmotropismo, “Nonno! Ciao!”, chemiotropismo, “NONNO!”, “Eliotrop… Elia! Ciao! Sei pronto?”

“Sì”.

“La mamma dov'è?” .

“Ti ha visto arrivare ed è andata con il papà in macchina”.

“Lasciandoti qua da solo? Che pazzi!”, “Va beh. Dammi la mano che attraversiamo. Sai dove andiamo oggi?”.

“Andiamo al centro dei giochi?”

“No. Cosa sarebbe il centro dei giochi?”.

“Dove ci sono giochi nonno!”.

“No so, ma no. Un posto ancora più bello!”.

“Nonno, ma il centro dei giochi è il posto più bello”.

“Attento alla cacca lì per terra! No, ma fidati del nonno che ti piacerà, ci sono giochi anche lì”.

“Va bene”.

“Allora cosa hai fatto ieri a scuola?”

“Le tabelline, una poesia, una canzone con il piffero e io ho fatto un aeroplano”.

“Un aeroplano? Tutto da solo?”.

“Un aeroplano di carta nonno”.

“e avete studiato le piante, i fiori? Per esempio, che pianta è quella lì?”.  Mentalmente aveva ripassato il nome e la classe: Platanus della famiglia delle Platanaceae.

“Che pianta è?”

Perfetto! Ora iniziava il momento che stava aspettando: “ Elia, quello è un Platano e il suo nome scientifico è Platanus della famiglia delle Platanaceae e uno dei più grandi platani può sorreggere cento uomini. Che bello o no?”… “Ti piace?”

“Si!”

“Guarda! Un fiore rosso! Sai che fiore è?”

“Che fiore è?”

Rosa, famiglia Rosaceae: “Quel fiore è una rosa della famiglia delle Rosaceae?”

“E dov'è la sua famiglia?”

“Ah… no. La famiglia è una classificazione del fiore, viene usata dagli scienziati per avere più ordine e..” “Nonno cos'è l’amore?”.

A che capitolo era la riproduzione? Forse era il volume secondo… “L’amore è un sentimento. Tua mamma e tuo papà ti amano e si amano”.

“E come lo sai?”

“Beh ti amano perché sei il loro bambino e ti hanno voluto insieme”.

“E come sai che si amano?”

“Eeeperchè sono insieme e sono con te una famiglia”.

“E se sono distanti si amano lo stesso?”

Il nonno si fermò lentamente, con l’ultimo passo che scivolo sul marciapiede adiacente all'immenso parco comunale della città. Osservò il piccolo ed era lì in attesa. “Come mai me lo chiedi?”, “Vuoi che ci sediamo su quella panchina?”.

“Sì. Tu mi hai detto che il papà e la mamma si amano perché sono insieme, ma se sono lontani?”

“Se fossero lontani?! Ma non sono lontani i tuoi genitori. Perché me lo chiedi?”

“Perché… due persone si amano anche se sono lontani?”

In quel preciso momento scattò nella mente del vecchio le immagini della gioventù. La bottiglia di vino, il tavolo che mostrava i punti di briscola incisi nel legno e i suoi compagni di avventure, e gira che rigira i discorsi era sempre gli stessi: le ragazze e l’amore. Si sedettero sulla panchina e il nonno guardò l’espressione del bambino in attesa: “Sì, si amano anche se sono lontani”.

“E allora, che cos'è l’amore?”.

“Elia, l’amore è un sentimento molto forte. Quando due persone si vogliono tanto bene, si amano”.

“E come fanno ad amarsi?”.

Era stata una situazione imbarazzante quando un giorno sua figlia gli chiese come nascevano i bambini. E così si era fatto prestare una piccola lavagnetta per disegnare gli apparati riproduttori maschili e femminili  e con due bottiglie d’acqua, tanto caldo e un’ora intensa di descrizioni non aveva concluso molto. La bambina era andata sconvolta dalla mamma a piangere. “Forse è meglio che tu vada al mercato e vedi se riesci a trovare i cavoli! Sono sicura che li trovi! Non so proprio cosa ti è saltato in mente…”, sua moglie lo aveva cacciato fuori casa per un giorno intero. E ora l’argomento non era imbarazzante, ma complicato. Come poteva rispondere nel modo più appropriato?

“Due persone si amano quando stanno bene insieme, quando si trovano, si parlano e si capiscono. Si comprendono. Condividono. Costruiscono  e portano avanti un’idea insieme”. Man mano le parole andava a diminuire d’intensità fino a terminare in un bisbiglio. Aveva percepito il pensiero del nipote esprimere cosa stai dicendo?

“Nonno, non ho capito”.

“Forse lo capirai quando sarai più grande dai… ora vediamo se riconosci quel fiore?”

“Perché solo quando sarò grande? Tu lo hai capito quando eri più grande?”.

“Beh. In parte l’ho capito, ma forse non riesco a spiegarti bene perché. È una parola molto vasta che include molte variabili… Prova a dirmi tu. Non so spiegartelo”.

...“Cos'è per te l’amore?”

“L’amore è quando due persone si vogliono tanto bene, non si sa perché, ma vogliono stare vicini, baciarsi sulla bocca e giocare insieme al centro dei giochi”,

“E poi?”.


“Basta”, “Nonno, che cos'è quel fiore?”.


                                                                                          di Ermanno G.

giovedì 6 marzo 2014

Le frecce




Non sono le foglie impiantate
sono ruspe incagliate,
sono frecce.
Attendono che le balene li trapassano e
con tanto di boato.
Attendono, che cosa sperano
che i mari si capovolgono?
E intanto forse l’osso è rimasto,
qualche targhetta,
qualche abbagliato ricordo.

di  Umberto Salazar

sabato 4 gennaio 2014

Il Paese: Ciò che ci si aspetta

Parte 3 di Il paese

Ciò che ci si aspetta

Erano respiri pieni e pesanti. Le cinque del pomeriggio ed Elouise non era ancora tornata. La madre respirava così, ansiosa mentre sbrigava le ultime faccende di casa. L’acqua calda per lavare il pavimento surriscaldava l’ambiente ombreggiato e sfumava nell’aria.
Nella mente vorticavano domande e pensieri. Perché sua figlia si comportava in quel modo? Lei non era così alla sua età. Ventuno anni erano la soglia di maturità lì nel paese, il momento in cui tutte le ragazze diventavano donne e prendevano la strada, che per tradizione era costeggiata dai doveri di casa. Tuttavia Elouise non era mai a casa, e non sembrava minimamente disposta ad assolvere quel ruolo. Alla madre vorticavano domande senza fine collegate tra loro. Se le fosse stato richiesto, come poteva imparare tutto ciò in poco tempo? Come poteva mostrarsi alla società senza un benché minimo di esperienza casalinga? Come poteva un uomo accettare tutto ciò, se avesse chiesto la sua mano? A queste domande non riusciva a trovar risposta, e nel lamentio del fallimento per non esser stata in grado di allevare una perfetta donna, la madre sfregava con sempre più violenza il pavimento.

Le cinque e mezza e il padre di Elouise camminava lungo una delle poche vie del paese, la via verso casa. Attraversava le abitazioni e le botteghe, animate dalle persone indaffarate, cariche dell’ultima energia prima dell’imbrunire. L’aria di color arancio-marrone, profumata di castagne e vino rosso, aveva sempre reso allegro e pacifico il padre, ma non quel giorno. Le nuvole di pensieri erano rivolti a sua figlia. Eloui era sempre stata una ragazzina vivace, intraprendente ed enormemente curiosa. Ma da qualche mese la osservava, e, sebbene l’amasse profondamente, lo stava deludendo. Non stava assolutamente facendo ciò che le veniva richiesto, soprattutto ciò che era più consono per la sua età, poiché lei non era più la ragazzina che conosceva, ma una donna. E quella donna preferiva vagare qua e là. Leggere, scrivere, ma nessun tempo dedicato ai doveri. Perché? Caspita! Non le mancava certo l’esempio di una madre! Non riusciva ad ottenere una risposta; come se mancasse il pezzo di un puzzle complesso. L’unica risposta ovvia: se non si fosse interessata minimamente alla vita quotidiana, avrebbe avuto serie difficoltà a trovare un uomo da sposare. Nessun marito avrebbe accettato tale comportamento. O no? Il nervosismo gli fece vedere un sassolino in mezzo alla strada, là innocuo e solitario. Egli guardò la punta del piede e poi il sassolino. Due passi e il ginocchio schioccò dalla potenza del calcio. Il tock contro una porta di legno.
Jeremy, il proprietario della porta di legno, ma non solo, della casa della porta di legno, uscì già armato di insulti per i mocciosi, che facevano sempre lì la gara al sasso lanciato più distante. Ma… In strada c’era solo l’omone Peter. L’imbarazzo nel volto del primo, il quale voleva chiedere una spiegazione, uguagliava il secondo, il quale, invece, non voleva darne.
 “Ehi Peter! Ciao. Mi sembrava di aver sentito un colpo alla porta. Ma… Forse mi sbaglio”.   
“Ciao Jeremy! Ahn. Il sasso! Colpa mia. L’ho calciato accidentalmente”.
“Non ti preoccupare. Come va?”.
“Diciamo che si tira avanti”.
Peter già in pantofole grigie bordate di pelo bianco sbuffò incredulo: “Come? Il Peter di una volta non mi avrebbe mai detto: si tira avanti – Rosa! Rosa! Vieni a salutare Peter!”. Uno scalpitio dall’interno e dalla porta saltarono fuori a comando moglie e figli.
“Buona sera Peter!” cinguettò Rosa, la moglie dalle guance rosee. 
“Buona sera Rosa!” - “Che grandi i figli”.
“Sì. Beh, hanno la stessa età della tua Eloui” - “Che spensierata! La vedo sempre girare attorno al lago e lungo i prati vicino al bosco. Complimenti. È veramente una bella ragazza… O no Jackie?”.
Silenzio.
Bene. Al mondo esisto molti tipi di onde. Jackie, ad esempio, non era mai stato al mare; mai aveva visto e provato la sensazione di esser travolto da un’onda gigantesca. Mai aveva sofferto a causa dell’acqua salata su per le narici. Tuttavia fece esperienza dell’onda dell’imbarazzo e la voce non riusciva più ad uscire. La saliva si era raggruppata tutta all’inizio della gola e spingeva contro le pareti, senza lasciar passare il respiro del povero giovane. L’ingorgo si sblocco dopo qualche secondo di pura agonia. “Ssii. Bella ragazza” disse, poi finalmente respirò. Nessuno notò il fenomeno; si notava solo un ragazzo irrigidito contro lo stipite della porta.
Rosa e Jeremy espressero la stessa domanda e, facendo parte del coro della chiesa, riuscirono ad amalgamare con perfetta tonalità e sincronia le due voci: “E ha già trovato marito?”.
Non c’erano sassi da calciare nelle vicinanze. “No. Ancora nessun marito” - “Penso non sia interessata, momentaneamente”.
Rosa e Jeremy pensarono all’unisono, tuttavia non fecero nessun coro. Come può non esser interessata ad aver marito? Che idiozia è mai questa? I due coniugi non avevano proferito parola, Peter però intuì nei loro sguardi un certo stupore.
“Sicuramente Anne saprà dare giuste parole alla figlia?” – “Ora vado a terminare le pulizie e cucinare – Salutami Anne ed Elouise”. Con tanta fretta ritornò dentro, seguita dalla figlia e da Jackie, che non vedeva l’ora di togliersi di mezzo.
“Va bene Jeremy. Torno a casa che mi sta aspettando mia moglie”.
“Aspetta! Volevo dirti… Volevo dirti che nel caso in cui tua figlia fosse da maritare… Beh! Jackie è un bravo ragazzo. È forte! Pensa che una volta ha pescato da solo un pesce di sette chili!” Jeremy parlava sorridendo. Forse pensava che la prestanza fisica in un uomo fosse tutto. Aveva dimenticato che ai tempi della sua gioventù la più bella ragazza del paese si era fidanzata con il ragazzo più scheletrico.
“Certo. Terrò presente”. Il tono della voce oramai non nascondeva la profonda tristezza per quell’argomento. Sembrava che tutto l’Universo premesse per mettere in mostra i suoi pensieri e le sue preoccupazioni per il futuro della figlia.
“Va bene. Ti lascio allora. Un saluto alla tua famiglia Peter. Ciao”.
“Anche a te, buona serata”.
Finalmente!
Dopo cinque passi l’uomo trovo il sasso desiderato. Lo guardò. Calciò con più forza di prima. La successione di case era finita, ma centrò lo stesso un bersaglio. Sentì solo il muggito nel prato ormai pece.


                                                                                                                                                         di Ermanno Gelain

giovedì 19 dicembre 2013

Immaginando un colloquio



“Herr Hermann-o?”
“Sì. Buon giorno, un piacere incontrarla.”
“Ah..buon giorno”, “ mi piacerebbe prima spiekarle bene la posizione aperta… customer service… Kundenbetreuung. Mi segue vero?”. Si alza, io mi alzo. “Ah… simpatici i veronesi. Nein. Non letteralmente”.
“Dove ero rimasto: Kundenbetreuung. Mmm. Come si dice auf italiano”.
“Servizio clienti”.
“Cosa ha detto?”.
“Servizio clienti…”.
“Ahhh…  grandioso! S E R V I Z I E N… K L I E N D I”.
“ Servizio clienti”.
“Ke pronuncia strana ke ha. Woher dove è Lei?”.
“ Sono di Pescantina, provincia di Verona”.
“Pianura. Italia”.
“Diciamo che è vicinissima alle montagne della Lessinia e alla Valpolicella”, sorrido.
“Vapolicela?” faccia stupita, coronata da baffi biondo cenere e riporto in tinta.
“Valpolicella. Famosa per il vino, uno tra i tanti, l’Amarone. Dai mettiamoci dentro anche il Recioto”.
“Gewurztraminer?”.
“No. Più in là c’è il Soave. Ma nessun Traminer”.
“Alora mi sembra ke non sia bel posto”.
“Beh a dir la verità è molto affascinante e…”.
“Herr Hermann, non cerchi di convincermi!. Nach Vapolicel non vengo!”.
“Ermanno”
“Ermanno? Chi è?”
“No. Lei ha detto Hermann, in verità mi chiamo Ermanno”
“Dov’è la potenza nel Namen Ermanno?”, “Le consiglio di andare aanagrafe e kambiare in Hermann”, sputa tabacco da masticare nella tinozza metallica. Si sente un tick sonoro. Non mi ero accorto che stesse masticando tabacco e non avevo notato la tinozza. Lo guardo stupito.
“Le stavo spiegando di ruolo in SERVIZIEN KUNDEN… Che nome krandioso!”, “Ha studiato?”
“Sì, ho finito l’università. Indirizzo lingue ed economia. Inglese e tedesco e…”
“Si studia ankora inglese?!?”
“Beh. Certamente, è la prima lingua. Direi quasi essenziale”.
“Mmm. Kwesta affermazione mi fa penzare. Lei lo penza davero?”.
“Scusi?”
“Fa bene ad avere dei dubi. Ank’io se venissi da Valcela li avrei”.
“Valpolicella”.
“Non insizta!”
“Come?”
“Non insizta con Vacela?”.
“Eh…”, non capisco più niente. Devo cambiare discorso. “Eh… mi spiegava del servizio clienti. Ho letto sull’annuncio: assistenza pre e post vendita. Di cosa si tratta principalmente? Quali sono i ruoli della posizione?”
“Lei mi sembra furbo?”, “le piacciono le bionde?”, “Dalla sua risposta potrò kapire molto”.
“Eh….” Merda, sono fottuto.


“Alora?”
“Eh…  Con bionde si riferisce alla birra?”
“Ah..”. Tick del tabacco nella tinozza. “Zi vede ke ha studiato?”. “No. Mi riferisco a Frau. Donna bionda, le piace?”
“Mah… A dir la verità mi indirizzerei più sulle more, ma i miei gusti corrono con la mia esperienza. Certamente posso ricredermi”.
“Fa bene. Le more non avere mercato!”.
“In che senso non hanno mercato?”.
“Ha fatto l’università di tre anni?”.
“Sì, la triennale!”.
“Ekko, kwesto l’avrebbe capito se avesse anke la Spezialisierung. Non facci domande!”.
“Faccia”.
A questo punto lui mi guarda, io lo guardo. Il disprezzo gli corre dal lato sinistro della bocca fino a quello destro. Gli occhi ghiaccio parlano: “Cosa avere la mia faccia?”.
“Nooo. Mi riferivo al congiuntivo della sua proposizione: non faccia domande!”.
“La triennale??? Mmm. Lei non me la racconta tutta”.
“Le giuro. La triennale!”.
“E come fa a sapere certe cose?”.
“Che cose?”.
“Obsluga klienta!”
L’impossibilità di capire con interlocutori ostili di lingua diversa è la peggior cosa che possa capitare. E ora cosa sta dicendo?
“Scusi, non la seguo”.
“Ma Lei non ha fatto lingue?”
“Sì, inglese e tedesco”.
“Ah.  De facto kwesto è polako.  Polnisch! Verstanden?”, “Ha perso tempo con una lingua inutile. Cosa poteva fare di peggio?”.
“Eee..Mi diceva dei ruoli inerenti al customer service,  pre e post-vendita. Ecco… non ho capito molto a riguardo… ad esempio: si parla di clienti finali oppure negozi al dettaglio?”.
“Mi ha detto che è di Cella Lei…”
“Sì, Val po li cella”.
“Sembrate persone furbe. I ruoli sono kwelli ke le ho spiegato. Dann… Poi ci sono picole e kwotidiane mansioni del suo cruppo. Siete tanti, giovani e forti“.
“No. Forse mi sono perso qualcosa, ma non mi ha spiegato nessun ruolo. Non abbiamo ancora affrontato l’argomento”.
“Le picole e kwotidiane mansioni. È pronto?”.
“Sì. Va bene. Mi dica le piccole e quotidiane mansioni”.
“Ahahah. Il suo acento. Che comico. Parlate tutti così in Italien? Comunkwe. Vede la montagna fuori dalla mia finestra?  Der Berg?”.
“Quella più alta? Innevata?”, “Stupenda”.
“Che dramma la neve. Presumo che sarà d’accordo con me che bisogna toglierla. La montagna deve essere pulita!” Tick.
“Vuole togliere la neve dalla montagna?”.
“Kwesto è un suo compito”.
“Mi sta prendendo per il culo?”.
Dalla montagna prescelta scende un fragore di valanga.
“Essere fortunato. È venuta un po’ giù da sola”, “Mi dispiace vedere ke ha tutte kweste resistenze”.
“Con tutto il rispetto, non riesco a seguirla. Cosa c’entra la neve della montagna con il lavoro di customer service?”.
“Le bionde del suo cruppo non ribattono e sono forti. Kapisce forti? Penzi che una di loro è kozì forte ke non sente le sberle. Io e Friedrich ci abbiamo provato. Niente. Con i bikieri della Bier... ach.. con i bikieri già sente kwalcosa… Ma che forza! Immagini koza può venire fuori dall’unione di Lei e Walburga. Eredi forti! Ci penzi?”
Una mosca stava volando nella stanza. “Eko. Un altro compito del SERVIZIENSKLIENTKUNDEN è ke kweste kose non devono succedere!”.
“A cosa si riferisce?”.
“La vede la mokka?”.
“La mosca. Cos’ha?”.
“Non deve essere kwa dentro!”.
“Guardi. Mi dispiace averle fatto perder tempo. Presumo che troverà un’altra persona più qualificata di me per questa posizione”.
“Si segga Herr Hermann-o Ghe… ghe… GHE –LA-IN?”.
“Gelain”.
“Gelain? Ach… Che cognome di origini ambigue? Di dove è Lei?”
“Pescantina”.
“No! Il cognome? Non sarà mica uno di quei finti italiani?”.
Non ho mai amato domande sull’origine del mio cognome, semplicemente perché non ho mai avuto una risposta certa, tuttavia rispondo: “Origine francese!”.
Scende un’altra valanga. Un tick potentissimo. “La posizione non è aperta per i francesi!”
“Ma non sono francese. Origini del cognome francesi, ma non sono francese”.
“ Sa dirmi koz’è lo ius sanguinis?”.
“OUI”.

 di Ermanno Gelain
(Apprezzando la cultura e la lingua tedesca, spero di non aver offeso nessun utilizzando la lingua come veicolo di ironia)
                                                                                                                                                 


giovedì 31 ottobre 2013

Insegnamenti.

da Il filo unisce, 

Tutto era accaduto cento metri prima di uscire da quella che era stata un’arrampicata faticosa, lunga e stressante
Gli imprevisti non erano mancati. A Sean erano volati via dalle mani appigli apparentemente solidi, causando cadute di metri e metri ed alla sua compagna l’inconveniente di dover sopportare l’ira che si scatenava dopo ogni volo. Quel giorno la roccia sembrava voler spingere la coppia giù, verso la base. Forse un modo per esprimere la volontà di non voler esser scalata, di non voler esser sfiorata, ma all'uomo non interessava e non dava seguito ai messaggi. Voleva arrivare in cima. La roccia e Clare dovevano fare silenzio.
Ma ora, in quei cento metri prima di terminare la parete qualcosa era successo. Recuperando Clare, l’anello di sosta del terrazzino aveva ceduto, staccandosi completamente dalla roccia. La mancanza di scarico del peso aveva catapultato Sean a testa in giù nel vuoto più totale, tenuto solamente da un chiodo piantato come ulteriore sicurezza, dopo aver visto le condizioni dell’anello arrugginito.

Immaginate un filo teso, così teso da produrre suono se mosso. Immaginate che esso non possa cadere nelle mani della sarta solamente grazie ad un piccolissimo ago conficcato nella stoffa. Immaginate l’instabilità di quell’unione con la vita e riportatela a Clare e Sean, i quali si trovavano agli estremi della corda, ambedue in aria a 1300 metri dal suolo sassoso.
Sean non sapeva cosa fare; la pressione della compagna lo stava sfibrando e gli impediva qualsiasi movimento. Come Clare, lui era troppo distante dalla roccia per potersi avvicinare, attaccare e affievolire il suono del filo.
Respirare voleva dire mandare giù bolle d’aria caldissima; gli occhi infiammati, lucidi e affondati nel panico incontrarono quelli di Clare, i quali capivano bene la situazione, ma erano tutt’altro che impauriti.
Nel profondo azzurro, ricamato da sottili linee di bianco pizzo e verde muschio, c’era qualcosa che si esprimeva; qualcosa di immenso. Qualcosa che non agitava, ma calmava il respiro del suo compagno. Rapito, lui scavò sempre più a fondo, e scoprì che l’azzurro, il bianco e il verde in realtà si fondevano insieme, variando colore e forma. Si accorse di non riuscir più a definire il colore degli occhi. Tuttavia ciò non era importante e passava in secondo piano rispetto a quel qualcosa che aveva visto nel profondo. E quel Qualcosa prese ancora più potenza, quando gli occhi di lei si bagnarono e illuminati dal riflesso del coltello tagliarono il filo. L’estremo cadde nelle mani della sarta. Un brivido partì dalle spalle e fluì fino alle nuca dell’uomo.

Le pupille di lui rimandavano la figura della donna che stava volando giù. Precipitavano gli occhi, le labbra rosse e generose assieme ai capelli oro, aquiloni che si libravano in cielo. Quella donna, inarrivabile da tutti. Bellissima, intelligente, era stata per lui imbarazzo iniziale, conquista e stupore nel momento in cui disse: “Sì, esco con te, a patto che non mi porti ad arrampicare, perché ho paura”. Una promessa non mantenuta.
Quella donna che stava rispondendo alle leggi della gravità aveva rivoluzionato totalmente il suo modo di vivere, di porsi in relazione. Con Clare bisognava prima di tutto amarsi in maniera profonda.  Nessuna differenza tra sé e l’altro.

Libero dal peso, ora era in grado di risalire la corda, ma rimase immobile a testa in giù.
Il respiro ora era così profondo da ricoprire qualsiasi rumore di sottofondo. I suoi occhi sott'acqua cercavano di guardare le cime delle montagna innevate.
La luce riflessa nella neve distante luccicava nella mente dell’uomo salvo. In quel momento di bagliori e di riflessi il pianto iniziò e finì scorgendo il mare, il blu intenso.
Il blu intenso e il respiro simile all'andare e al tornare delle onde.
Lui grazie al sacrificio di lei era salvo. Ora doveva mettere in pratica da solo ciò che lei aveva insegnato.

Doveva risalire la corda.

                                                                                                                                        di Ermanno Gelain 

martedì 29 ottobre 2013

Alessandro Baricco


- Voi dovete essere Bartleboom.
Bartleboom, veramente, aspettava un'onda. O qualcosa del genere. Alzò lo sguardo e vide una donna, chiusa in un elegante mantello viola.
- Bartleboom, sì... professor Ismael Bartleboom.
- Avete perso qualcosa?
Bartleboom si rese conto che se ne era rimasto chino in avanti, ancora irrigidito nello scientifico profilo dello strumento ottico in cui si era tramutato. Si raddrizzò con tutta la naturalezza di cui fu capace. Pochissima.
- No. Sto lavorando.
- Lavorando?
- Sì, faccio... faccio delle ricerche, sapete, delle ricerche...
- Ah.
- Delle ricerche scientifiche, voglio dire...
- Scientifiche.
- Sì.
Silenzio. La donna si strinse nel suo mantello viola.
- Conchiglie, licheni, cose del genere?
- No, onde.
Così: onde. 
- Cioè... vedete lì, dove l'acqua arriva... sale sulla spiaggia poi si ferma... ecco, proprio quel punto, dove si ferma... dura proprio solo un attimo, guardate, ecco, ad esempio, lì... vedete che dura solo un attimo, poi sparisce, ma se uno riuscisse a fermare quell'attimo... quando l'acqua si ferma, proprio quel punto, quella curva... è quello che io studio. Dove l'acqua si ferma.
- E cosa c'è da studiare?
- Bé, è un punto importante... a volte non ci si fa caso, ma se ci pensate bene lì succede qualcosa di straordinario, di... straordinario.
- Veramente?
Bartleboom si sporse leggermente verso la donna. Si sarebbe detto che avesse un segreto da dire quando disse 
- Lì finisce il mare.
Il mare immenso, l'oceano mare, che infinito corre oltre ogni sguardo, l'immane mare onnipotente - c'è un luogo dove finisce, e un istante - l'immenso mare, un luogo piccolissimo e un istante da nulla. Questo, voleva dire Bartleboom. 

  
                                                                                                       Alessandro Barico, Oceano Mare. Pag. 32, 33

giovedì 8 agosto 2013

Il filo unisce.



Tutto era accaduto cento metri prima di uscire da quella che era stata un’arrampicata faticosa, lunga e stressante
Gli imprevisti non erano mancati. A Jean erano volati via dalle mani appigli apparentemente solidi, causando cadute di metri e metri e alla sua compagna l’inconveniente di dover sopportare l’ira che si scatenava dopo ogni volo. Quel giorno la roccia sembrava voler spingere la coppia giù, verso la base. Forse un modo per esprimere la volontà di non voler esser scalata, di non voler esser sfiorata, ma all’uomo non interessava e non dava seguito ai messaggi. Voleva arrivare in cima. La roccia e Clare dovevano fare silenzio.
Ma ora, in quei cento metri prima di terminare la parete qualcosa era successo. Recuperando Clare, l’anello di sosta del terrazzino aveva ceduto, staccandosi completamente dalla roccia. La mancanza di scarico del peso aveva catapultato Jean a testa in giù nel vuoto più totale, tenuto solamente da un chiodo piantato come ulteriore sicurezza, dopo aver visto le condizioni dell’anello arrugginito.

Immaginate un filo teso, così teso da produrre suono se mosso. Immaginate che esso non possa cadere nelle mani della sarta solamente grazie ad un piccolissimo ago conficcato nella stoffa. Immaginate l’instabilità di quell’unione con la vita e riportatela a Clare e Jean, i quali si trovavano agli estremi della corda, ambedue in aria a 1300 metri dal suolo sassoso.
Jean non sapeva cosa fare; la pressione della compagna lo stava sfibrando e gli impediva qualsiasi movimento. Come Clare, lui era troppo distante dalla roccia per potersi avvicinare, attaccare e affievolire il suono del filo.
Gli occhi infiammati, lucidi e affondati nel panico incontrarono quelli di Clare, i quali capivano bene la situazione, ma erano tutt’altro che impauriti. Nel profondo azzurro, ricamato da sottili linee di bianco pizzo e verde muschio, c’era qualcosa che si esprimeva; qualcosa di immenso, qualcosa che non agitava, ma calmava il respiro del suo compagno. Rapito, lui scavò sempre più nel profondo, e scoprì che l’azzurro, il bianco e il verde in realtà si fondevano insieme, variando colore e forma. Si accorse di non riuscir più a definire il colore degli occhi di Clare. Tuttavia non era importante e passava in secondo piano rispetto a quel qualcosa che aveva visto Jean nel profondo. E quel Qualcosa prese ancora più potenza, quando gli occhi di lei si bagnarono e illuminati dal riflesso del coltello tagliarono il filo. L’estremo cadde nelle mani della sarta.

Jean si svegliò di colpo e si ritrovò con la testa avvolta nel telo della tenda. Si abbassò e guardò subito alla sua sinistra. Clare era lì che lo guardava compassionevole. Senza perder tempo respirò e disse: “ Passami il tuo coltello!”
Clare “Ora prova a calmarti. Hai avuto un incubo?”.
Jean sorrise ed esclamò: “ Non ti sembra che sia ora di andare al mare?”.
  
                                                                                                                                     di Ermanno Gelain