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martedì 1 dicembre 2015

Non si può far altro che esprimersi.



Ero seduto ad aspettare il treno in direzione di casa.
Le persone scivolavano via come marea; chi aspettava di partire, chi di tornare, chi attendeva con fiato sincero qualcuno di essenziale. 
Ognuno esprimeva il suo ritmo e partecipava al flusso della stazione, come un treno che partiva e tornava. 

Una signora arrivò e affianco a me aprì la valigia, un semplice gesto che espresse di lei parti intime, un reggiseno con coppa abbondante, il quale venne coperto velocemente da un maglione verde acqua. 

Un uomo si fermò e guardò il passeggino per qualche secondo.
Sulla trentina, fisico alto e atletico. Né in montagna, né in palestra, era lì e con il fare atletico lo chiuse. 
Alzò lo sguardo e ammirò la compagna con il bozzolo caldo del bambino. 
Lo sguardo espresse tutta la lunga catena di scelte che lo avevano portato a chiudere il passeggino.

Una ragazza si alzò dopo aver suonato la tastiera bianconera del pianoforte in stazione. Venne vicino a me e consultò l'orario di partenza. 
I suoi occhi esprimevano estasi, e con essi stava suonando, ancora.




                                                                                                                                       E.

martedì 25 agosto 2015

Lezioni di geometria




Gli disse che gli incontri e gli addii erano naturali, umani.
Gli disse che alcune persone si comportano come le linee rette. Esse condividono insieme il tempo e lo spazio e, o rimangono estranei e distanti, oppure, nel migliore dei casi diventano una singola sintonia.
Altri, gli disse, non condividono tutto, si osservano e rimangono a breve distanza l'una dall'altra, sempre. Si chiamano linee parallele.
Altri, le sue preferite, si scontrano e sconvolgono le loro vite irrimediabilmente. Nello scontro le due linee formano un punto, e in quel punto grande come la capocchia di uno spillo c'è una strana sfumatura, il cambiamento di tutta una vita, gli disse.
Gli disse che tutti vogliono linee rette senza tanti punti, perché si ha paura di avere troppi segmenti.


                                                                                                                                     E.   

sabato 25 luglio 2015

Calcore le linee rette di due sguardi.

Ah quanto le odio le serate di musica live.
Con tutti i locali che ci sono, proprio qui dovevano organizzare questo concerto?
Almeno fossero bravi.
Guarda quel ragazzo, che con quella chioma sembra una scopa.

Anawak odiava le serate che non rientravano nel suo schema quotidiano, soprattutto se disturbavano la quiete del bar prediletto. Troppe implicazioni in una festa, figurarsi durante un concerto. Esso comportava perdere il suo tavolino abituale e dover sorseggiare mal volentieri il suo Vecchio Amaro del Capo in piedi, tra la gente che si spintona, suda e urla. Per la gente era divertimento, per quell'uomo irrequietudine.
No, no. Non voleva né concerti,né feste a tema. Non se ne parlava neanche di aperitivi con musica Lounge e patatine nelle ciotole.
Quella sera Anawak, un uomo sulla quarantina, aveva percorso i binari verso il bar. I pini marittimi lungo il viale rumoreggiavano ai deboli venti,  le betulle indossavano l’arancio dell’abito serale. L’aria era piena di sentimento; la libertà dei bambini che giocavano fino all'imbrunire per poi rincasare con le gambe piede di punture e graffi, la creazione delle casalinghe che cucinavano ciò che i mariti mai si sarebbero aspettati, la lentezza lieta degli anziani, che si radunavano con le sedie nei punti morti delle strade e iniziavano ad osservare il respiro del paese nelle ore serali di giugno.
Con questa atmosfera fece l’ultimo passo ed entrò nel bar, ciò che vedette cambiò il suo umore all'istante.

M A… M A Y H E.. M A Y H E M..
Wei giovanotto? Mayhem? Cosa pensi di fare con tutta questa cianfrusaglia proprio all'entrata?

Il ragazzo con maglietta nera metal dei Mayhem non risposte. Andava qua e là; prendeva i cavi; montava le casse. Nulla era successo, se non il doppio pedale che batteva nelle cuffiette del mp3.

Ma porca p……! Wei pivello!?  E la botta sulla spalla servì ad attirare l’audience.

Salve! Eh… il concerto inizia alle…

Salve glielo dici ai tuoi amici depravati! Cosa succede qui?

Cosa poteva fare un giovane adolescente con una coda di capelli lunghi e i primi accenni di barba contro l’irruenza di anni di routine e solitudine?

Dai! Togli tutto da qui che voglio il passaggio libero!

Anawak, lasciami lavorare in pace il ragazzo. Deve preparare tutto per stasera e manca solo un ora e mezza al concerto.

Concerto? No Robert, ci risiamo…

Vieni qua che ti offro da bere. Amaro?

Io non capisco perché devi far venire questi depravati a far casin…. EHI! STA FERMO CON QUEL TAVOLINO ALTRIMENTI  TI TAGLIO I CAPELLI E LI VENDO COME EXTANSION!

Clark! Abbi pazienza, spostalo di un metro solamente.  Sì, più a destra e basta! 
Ecco l’amaro. E lo sai anche tu che ogni tanto si organizza un concerto. Non fare il broncio e apriti un po’. Saranno anche tutti giovani. Dai su!

Sono già stato giovane una volta, non mi servono dei pivellini per ricordarmelo!

Robert consegnò il bicchiere offerto insieme al telecomando della televisione e il giornale e lo esortò 
Siediti pure al tuo tavolino e rilassati.

Anawak non poteva rilassarsi, per niente. Aprì la bocca e bevve il primo bicchiere. Lesse la cronaca nera del giornale. Ordinò un altro bicchiere e lesse di un uomo che aveva trovato uno scrigno in giardino, stava facendo il buco per la piscina. Ridicolo!  E sorseggiò il liquore.
Stava leggendo di un’anziana girovaga quando si accorse che il bar si stava riempiendo velocemente di persone.  Mamma mia! Ci siamo!  Finì l’amaro ma non cambiò il bicchiere, che si riempì di nuovo.

Buonasera gente! Noi siamo i Sant Wave Experience e siamo qui per spaccare!

Anawak accese subito la televisione dal suo tavolino, creando una suspense di sguardi tra lui ed il cantante. Poi la band iniziò in sol il loro concerto. L’uomo sulla quarantina si arrese, girò per minuti interminabili i canali della piccola televisione di fronte a lui, dando quasi le spalle al palco e alla moltitudine di giovani fans.
Non si accorse che era quasi finito il quarto bicchiere. I suoi occhi erano persi nelle battute della partita di Cricket mandata in differita. Il rumore oramai aveva rodato le sue orecchie. Buttò giù e cercò subito lo sguardo di Robert per l’ultima bevuta.



Il battitore in televisione aveva colpito in maniera perfetta la palla nel medesimo istante in cui al cantante cade una goccia di sudore dal naso.  Nello stesso momento il bassista avvertì il panico di aver steccato la nota e girò lo sguardo verso il cugino chitarrista che stava osservando la ragazza che gli piaceva flirtare con un ragazzo più grande.  Chi stava arrivando e chi stava andando via. C’era movimento nel locale.

Tutto si muoveva tranne tre persone. Anawak aveva interrotto le sue azioni. Cercava di deglutire il nodo alla gola e riaprire i polmoni chiusi. Osservava quel ragazzo e quella ragazza,  distanti l’uno dall'altra di tre mattonelle da trenta centimetri l’una. Il cuore era più grande del suo corpo da tanto che pulsava. La logica non esisteva in quell'istante. Osservava lo sguardo del ragazzo e da quegli occhi in linea retta si arrivava allo sguardo della ragazza.  Rifece il nodo più forte, e i polmoni si sgonfiarono totalmente. Il cuore era arrivato alle orecchie.  Lo stomaco confermò la sua presenza. Le mani sudate, fredde.
Tutto il movimento era sospeso.
La sospensione tra due persone che si guardano per la prima volta o si ritrovano per la prima volta. La sospensione di sguardi che scovano nel medesimo istante di una battuta perfetta e di una goccia di sudore ciò che piace ancora. Gli occhi non si oppongono mai, si ricordò.

Perché non finiva con un…. Anawak interruppe il pensiero e chiuse gli occhi.
E tutto finì con un bacio. 


                                                                                                                 E.G.





mercoledì 20 maggio 2015

Tante parole per l'amore


Un passo dopo l’altro procedeva lungo il viale alberato. L’anca doleva come al solito, tuttavia il nonno era entusiasta, si stava dirigendo a casa del suo nipotino per la consueta mattinata nel parco comunale e tutto era al posto giusto; il sole iniziava a rincuorare i pedoni della città e gli alberi sembravano chiassosi per le strade, come al mercato, dove nelle bancarelle i fusti scuotevano le loro tonalità di verde al miglior osservatore. Era una meraviglia la primavera e non per caso qualche giorno fa l’uomo aveva trovato in una scatola in cantina il libro di Scienze: V B  Giulia, sua figlia, che mai si sarebbe immaginata suo padre studiare per giorni e giorni al fine di insegnare al bambino di cinque anni i fiori e le piante. Ed in quel giorno si sarebbe tenuta la lezione!  
Mentre camminava il nonno osservava qualsiasi pianta, fiore, erba. Ripassava mentalmente il sermone di Scienze. Stimma, fusto, peli radicali, petalo… no aspetta. Ahn si! Si può dire anche corolla. Tiglio, betulla, pino marittimo, cedro… “Ciao nonno!” tigmotropismo, “Nonno! Ciao!”, chemiotropismo, “NONNO!”, “Eliotrop… Elia! Ciao! Sei pronto?”

“Sì”.

“La mamma dov'è?” .

“Ti ha visto arrivare ed è andata con il papà in macchina”.

“Lasciandoti qua da solo? Che pazzi!”, “Va beh. Dammi la mano che attraversiamo. Sai dove andiamo oggi?”.

“Andiamo al centro dei giochi?”

“No. Cosa sarebbe il centro dei giochi?”.

“Dove ci sono giochi nonno!”.

“No so, ma no. Un posto ancora più bello!”.

“Nonno, ma il centro dei giochi è il posto più bello”.

“Attento alla cacca lì per terra! No, ma fidati del nonno che ti piacerà, ci sono giochi anche lì”.

“Va bene”.

“Allora cosa hai fatto ieri a scuola?”

“Le tabelline, una poesia, una canzone con il piffero e io ho fatto un aeroplano”.

“Un aeroplano? Tutto da solo?”.

“Un aeroplano di carta nonno”.

“e avete studiato le piante, i fiori? Per esempio, che pianta è quella lì?”.  Mentalmente aveva ripassato il nome e la classe: Platanus della famiglia delle Platanaceae.

“Che pianta è?”

Perfetto! Ora iniziava il momento che stava aspettando: “ Elia, quello è un Platano e il suo nome scientifico è Platanus della famiglia delle Platanaceae e uno dei più grandi platani può sorreggere cento uomini. Che bello o no?”… “Ti piace?”

“Si!”

“Guarda! Un fiore rosso! Sai che fiore è?”

“Che fiore è?”

Rosa, famiglia Rosaceae: “Quel fiore è una rosa della famiglia delle Rosaceae?”

“E dov'è la sua famiglia?”

“Ah… no. La famiglia è una classificazione del fiore, viene usata dagli scienziati per avere più ordine e..” “Nonno cos'è l’amore?”.

A che capitolo era la riproduzione? Forse era il volume secondo… “L’amore è un sentimento. Tua mamma e tuo papà ti amano e si amano”.

“E come lo sai?”

“Beh ti amano perché sei il loro bambino e ti hanno voluto insieme”.

“E come sai che si amano?”

“Eeeperchè sono insieme e sono con te una famiglia”.

“E se sono distanti si amano lo stesso?”

Il nonno si fermò lentamente, con l’ultimo passo che scivolo sul marciapiede adiacente all'immenso parco comunale della città. Osservò il piccolo ed era lì in attesa. “Come mai me lo chiedi?”, “Vuoi che ci sediamo su quella panchina?”.

“Sì. Tu mi hai detto che il papà e la mamma si amano perché sono insieme, ma se sono lontani?”

“Se fossero lontani?! Ma non sono lontani i tuoi genitori. Perché me lo chiedi?”

“Perché… due persone si amano anche se sono lontani?”

In quel preciso momento scattò nella mente del vecchio le immagini della gioventù. La bottiglia di vino, il tavolo che mostrava i punti di briscola incisi nel legno e i suoi compagni di avventure, e gira che rigira i discorsi era sempre gli stessi: le ragazze e l’amore. Si sedettero sulla panchina e il nonno guardò l’espressione del bambino in attesa: “Sì, si amano anche se sono lontani”.

“E allora, che cos'è l’amore?”.

“Elia, l’amore è un sentimento molto forte. Quando due persone si vogliono tanto bene, si amano”.

“E come fanno ad amarsi?”.

Era stata una situazione imbarazzante quando un giorno sua figlia gli chiese come nascevano i bambini. E così si era fatto prestare una piccola lavagnetta per disegnare gli apparati riproduttori maschili e femminili  e con due bottiglie d’acqua, tanto caldo e un’ora intensa di descrizioni non aveva concluso molto. La bambina era andata sconvolta dalla mamma a piangere. “Forse è meglio che tu vada al mercato e vedi se riesci a trovare i cavoli! Sono sicura che li trovi! Non so proprio cosa ti è saltato in mente…”, sua moglie lo aveva cacciato fuori casa per un giorno intero. E ora l’argomento non era imbarazzante, ma complicato. Come poteva rispondere nel modo più appropriato?

“Due persone si amano quando stanno bene insieme, quando si trovano, si parlano e si capiscono. Si comprendono. Condividono. Costruiscono  e portano avanti un’idea insieme”. Man mano le parole andava a diminuire d’intensità fino a terminare in un bisbiglio. Aveva percepito il pensiero del nipote esprimere cosa stai dicendo?

“Nonno, non ho capito”.

“Forse lo capirai quando sarai più grande dai… ora vediamo se riconosci quel fiore?”

“Perché solo quando sarò grande? Tu lo hai capito quando eri più grande?”.

“Beh. In parte l’ho capito, ma forse non riesco a spiegarti bene perché. È una parola molto vasta che include molte variabili… Prova a dirmi tu. Non so spiegartelo”.

...“Cos'è per te l’amore?”

“L’amore è quando due persone si vogliono tanto bene, non si sa perché, ma vogliono stare vicini, baciarsi sulla bocca e giocare insieme al centro dei giochi”,

“E poi?”.


“Basta”, “Nonno, che cos'è quel fiore?”.


                                                                                          di Ermanno G.

sabato 4 gennaio 2014

Il Paese: Ciò che ci si aspetta

Parte 3 di Il paese

Ciò che ci si aspetta

Erano respiri pieni e pesanti. Le cinque del pomeriggio ed Elouise non era ancora tornata. La madre respirava così, ansiosa mentre sbrigava le ultime faccende di casa. L’acqua calda per lavare il pavimento surriscaldava l’ambiente ombreggiato e sfumava nell’aria.
Nella mente vorticavano domande e pensieri. Perché sua figlia si comportava in quel modo? Lei non era così alla sua età. Ventuno anni erano la soglia di maturità lì nel paese, il momento in cui tutte le ragazze diventavano donne e prendevano la strada, che per tradizione era costeggiata dai doveri di casa. Tuttavia Elouise non era mai a casa, e non sembrava minimamente disposta ad assolvere quel ruolo. Alla madre vorticavano domande senza fine collegate tra loro. Se le fosse stato richiesto, come poteva imparare tutto ciò in poco tempo? Come poteva mostrarsi alla società senza un benché minimo di esperienza casalinga? Come poteva un uomo accettare tutto ciò, se avesse chiesto la sua mano? A queste domande non riusciva a trovar risposta, e nel lamentio del fallimento per non esser stata in grado di allevare una perfetta donna, la madre sfregava con sempre più violenza il pavimento.

Le cinque e mezza e il padre di Elouise camminava lungo una delle poche vie del paese, la via verso casa. Attraversava le abitazioni e le botteghe, animate dalle persone indaffarate, cariche dell’ultima energia prima dell’imbrunire. L’aria di color arancio-marrone, profumata di castagne e vino rosso, aveva sempre reso allegro e pacifico il padre, ma non quel giorno. Le nuvole di pensieri erano rivolti a sua figlia. Eloui era sempre stata una ragazzina vivace, intraprendente ed enormemente curiosa. Ma da qualche mese la osservava, e, sebbene l’amasse profondamente, lo stava deludendo. Non stava assolutamente facendo ciò che le veniva richiesto, soprattutto ciò che era più consono per la sua età, poiché lei non era più la ragazzina che conosceva, ma una donna. E quella donna preferiva vagare qua e là. Leggere, scrivere, ma nessun tempo dedicato ai doveri. Perché? Caspita! Non le mancava certo l’esempio di una madre! Non riusciva ad ottenere una risposta; come se mancasse il pezzo di un puzzle complesso. L’unica risposta ovvia: se non si fosse interessata minimamente alla vita quotidiana, avrebbe avuto serie difficoltà a trovare un uomo da sposare. Nessun marito avrebbe accettato tale comportamento. O no? Il nervosismo gli fece vedere un sassolino in mezzo alla strada, là innocuo e solitario. Egli guardò la punta del piede e poi il sassolino. Due passi e il ginocchio schioccò dalla potenza del calcio. Il tock contro una porta di legno.
Jeremy, il proprietario della porta di legno, ma non solo, della casa della porta di legno, uscì già armato di insulti per i mocciosi, che facevano sempre lì la gara al sasso lanciato più distante. Ma… In strada c’era solo l’omone Peter. L’imbarazzo nel volto del primo, il quale voleva chiedere una spiegazione, uguagliava il secondo, il quale, invece, non voleva darne.
 “Ehi Peter! Ciao. Mi sembrava di aver sentito un colpo alla porta. Ma… Forse mi sbaglio”.   
“Ciao Jeremy! Ahn. Il sasso! Colpa mia. L’ho calciato accidentalmente”.
“Non ti preoccupare. Come va?”.
“Diciamo che si tira avanti”.
Peter già in pantofole grigie bordate di pelo bianco sbuffò incredulo: “Come? Il Peter di una volta non mi avrebbe mai detto: si tira avanti – Rosa! Rosa! Vieni a salutare Peter!”. Uno scalpitio dall’interno e dalla porta saltarono fuori a comando moglie e figli.
“Buona sera Peter!” cinguettò Rosa, la moglie dalle guance rosee. 
“Buona sera Rosa!” - “Che grandi i figli”.
“Sì. Beh, hanno la stessa età della tua Eloui” - “Che spensierata! La vedo sempre girare attorno al lago e lungo i prati vicino al bosco. Complimenti. È veramente una bella ragazza… O no Jackie?”.
Silenzio.
Bene. Al mondo esisto molti tipi di onde. Jackie, ad esempio, non era mai stato al mare; mai aveva visto e provato la sensazione di esser travolto da un’onda gigantesca. Mai aveva sofferto a causa dell’acqua salata su per le narici. Tuttavia fece esperienza dell’onda dell’imbarazzo e la voce non riusciva più ad uscire. La saliva si era raggruppata tutta all’inizio della gola e spingeva contro le pareti, senza lasciar passare il respiro del povero giovane. L’ingorgo si sblocco dopo qualche secondo di pura agonia. “Ssii. Bella ragazza” disse, poi finalmente respirò. Nessuno notò il fenomeno; si notava solo un ragazzo irrigidito contro lo stipite della porta.
Rosa e Jeremy espressero la stessa domanda e, facendo parte del coro della chiesa, riuscirono ad amalgamare con perfetta tonalità e sincronia le due voci: “E ha già trovato marito?”.
Non c’erano sassi da calciare nelle vicinanze. “No. Ancora nessun marito” - “Penso non sia interessata, momentaneamente”.
Rosa e Jeremy pensarono all’unisono, tuttavia non fecero nessun coro. Come può non esser interessata ad aver marito? Che idiozia è mai questa? I due coniugi non avevano proferito parola, Peter però intuì nei loro sguardi un certo stupore.
“Sicuramente Anne saprà dare giuste parole alla figlia?” – “Ora vado a terminare le pulizie e cucinare – Salutami Anne ed Elouise”. Con tanta fretta ritornò dentro, seguita dalla figlia e da Jackie, che non vedeva l’ora di togliersi di mezzo.
“Va bene Jeremy. Torno a casa che mi sta aspettando mia moglie”.
“Aspetta! Volevo dirti… Volevo dirti che nel caso in cui tua figlia fosse da maritare… Beh! Jackie è un bravo ragazzo. È forte! Pensa che una volta ha pescato da solo un pesce di sette chili!” Jeremy parlava sorridendo. Forse pensava che la prestanza fisica in un uomo fosse tutto. Aveva dimenticato che ai tempi della sua gioventù la più bella ragazza del paese si era fidanzata con il ragazzo più scheletrico.
“Certo. Terrò presente”. Il tono della voce oramai non nascondeva la profonda tristezza per quell’argomento. Sembrava che tutto l’Universo premesse per mettere in mostra i suoi pensieri e le sue preoccupazioni per il futuro della figlia.
“Va bene. Ti lascio allora. Un saluto alla tua famiglia Peter. Ciao”.
“Anche a te, buona serata”.
Finalmente!
Dopo cinque passi l’uomo trovo il sasso desiderato. Lo guardò. Calciò con più forza di prima. La successione di case era finita, ma centrò lo stesso un bersaglio. Sentì solo il muggito nel prato ormai pece.


                                                                                                                                                         di Ermanno Gelain

giovedì 19 dicembre 2013

Immaginando un colloquio



“Herr Hermann-o?”
“Sì. Buon giorno, un piacere incontrarla.”
“Ah..buon giorno”, “ mi piacerebbe prima spiekarle bene la posizione aperta… customer service… Kundenbetreuung. Mi segue vero?”. Si alza, io mi alzo. “Ah… simpatici i veronesi. Nein. Non letteralmente”.
“Dove ero rimasto: Kundenbetreuung. Mmm. Come si dice auf italiano”.
“Servizio clienti”.
“Cosa ha detto?”.
“Servizio clienti…”.
“Ahhh…  grandioso! S E R V I Z I E N… K L I E N D I”.
“ Servizio clienti”.
“Ke pronuncia strana ke ha. Woher dove è Lei?”.
“ Sono di Pescantina, provincia di Verona”.
“Pianura. Italia”.
“Diciamo che è vicinissima alle montagne della Lessinia e alla Valpolicella”, sorrido.
“Vapolicela?” faccia stupita, coronata da baffi biondo cenere e riporto in tinta.
“Valpolicella. Famosa per il vino, uno tra i tanti, l’Amarone. Dai mettiamoci dentro anche il Recioto”.
“Gewurztraminer?”.
“No. Più in là c’è il Soave. Ma nessun Traminer”.
“Alora mi sembra ke non sia bel posto”.
“Beh a dir la verità è molto affascinante e…”.
“Herr Hermann, non cerchi di convincermi!. Nach Vapolicel non vengo!”.
“Ermanno”
“Ermanno? Chi è?”
“No. Lei ha detto Hermann, in verità mi chiamo Ermanno”
“Dov’è la potenza nel Namen Ermanno?”, “Le consiglio di andare aanagrafe e kambiare in Hermann”, sputa tabacco da masticare nella tinozza metallica. Si sente un tick sonoro. Non mi ero accorto che stesse masticando tabacco e non avevo notato la tinozza. Lo guardo stupito.
“Le stavo spiegando di ruolo in SERVIZIEN KUNDEN… Che nome krandioso!”, “Ha studiato?”
“Sì, ho finito l’università. Indirizzo lingue ed economia. Inglese e tedesco e…”
“Si studia ankora inglese?!?”
“Beh. Certamente, è la prima lingua. Direi quasi essenziale”.
“Mmm. Kwesta affermazione mi fa penzare. Lei lo penza davero?”.
“Scusi?”
“Fa bene ad avere dei dubi. Ank’io se venissi da Valcela li avrei”.
“Valpolicella”.
“Non insizta!”
“Come?”
“Non insizta con Vacela?”.
“Eh…”, non capisco più niente. Devo cambiare discorso. “Eh… mi spiegava del servizio clienti. Ho letto sull’annuncio: assistenza pre e post vendita. Di cosa si tratta principalmente? Quali sono i ruoli della posizione?”
“Lei mi sembra furbo?”, “le piacciono le bionde?”, “Dalla sua risposta potrò kapire molto”.
“Eh….” Merda, sono fottuto.


“Alora?”
“Eh…  Con bionde si riferisce alla birra?”
“Ah..”. Tick del tabacco nella tinozza. “Zi vede ke ha studiato?”. “No. Mi riferisco a Frau. Donna bionda, le piace?”
“Mah… A dir la verità mi indirizzerei più sulle more, ma i miei gusti corrono con la mia esperienza. Certamente posso ricredermi”.
“Fa bene. Le more non avere mercato!”.
“In che senso non hanno mercato?”.
“Ha fatto l’università di tre anni?”.
“Sì, la triennale!”.
“Ekko, kwesto l’avrebbe capito se avesse anke la Spezialisierung. Non facci domande!”.
“Faccia”.
A questo punto lui mi guarda, io lo guardo. Il disprezzo gli corre dal lato sinistro della bocca fino a quello destro. Gli occhi ghiaccio parlano: “Cosa avere la mia faccia?”.
“Nooo. Mi riferivo al congiuntivo della sua proposizione: non faccia domande!”.
“La triennale??? Mmm. Lei non me la racconta tutta”.
“Le giuro. La triennale!”.
“E come fa a sapere certe cose?”.
“Che cose?”.
“Obsluga klienta!”
L’impossibilità di capire con interlocutori ostili di lingua diversa è la peggior cosa che possa capitare. E ora cosa sta dicendo?
“Scusi, non la seguo”.
“Ma Lei non ha fatto lingue?”
“Sì, inglese e tedesco”.
“Ah.  De facto kwesto è polako.  Polnisch! Verstanden?”, “Ha perso tempo con una lingua inutile. Cosa poteva fare di peggio?”.
“Eee..Mi diceva dei ruoli inerenti al customer service,  pre e post-vendita. Ecco… non ho capito molto a riguardo… ad esempio: si parla di clienti finali oppure negozi al dettaglio?”.
“Mi ha detto che è di Cella Lei…”
“Sì, Val po li cella”.
“Sembrate persone furbe. I ruoli sono kwelli ke le ho spiegato. Dann… Poi ci sono picole e kwotidiane mansioni del suo cruppo. Siete tanti, giovani e forti“.
“No. Forse mi sono perso qualcosa, ma non mi ha spiegato nessun ruolo. Non abbiamo ancora affrontato l’argomento”.
“Le picole e kwotidiane mansioni. È pronto?”.
“Sì. Va bene. Mi dica le piccole e quotidiane mansioni”.
“Ahahah. Il suo acento. Che comico. Parlate tutti così in Italien? Comunkwe. Vede la montagna fuori dalla mia finestra?  Der Berg?”.
“Quella più alta? Innevata?”, “Stupenda”.
“Che dramma la neve. Presumo che sarà d’accordo con me che bisogna toglierla. La montagna deve essere pulita!” Tick.
“Vuole togliere la neve dalla montagna?”.
“Kwesto è un suo compito”.
“Mi sta prendendo per il culo?”.
Dalla montagna prescelta scende un fragore di valanga.
“Essere fortunato. È venuta un po’ giù da sola”, “Mi dispiace vedere ke ha tutte kweste resistenze”.
“Con tutto il rispetto, non riesco a seguirla. Cosa c’entra la neve della montagna con il lavoro di customer service?”.
“Le bionde del suo cruppo non ribattono e sono forti. Kapisce forti? Penzi che una di loro è kozì forte ke non sente le sberle. Io e Friedrich ci abbiamo provato. Niente. Con i bikieri della Bier... ach.. con i bikieri già sente kwalcosa… Ma che forza! Immagini koza può venire fuori dall’unione di Lei e Walburga. Eredi forti! Ci penzi?”
Una mosca stava volando nella stanza. “Eko. Un altro compito del SERVIZIENSKLIENTKUNDEN è ke kweste kose non devono succedere!”.
“A cosa si riferisce?”.
“La vede la mokka?”.
“La mosca. Cos’ha?”.
“Non deve essere kwa dentro!”.
“Guardi. Mi dispiace averle fatto perder tempo. Presumo che troverà un’altra persona più qualificata di me per questa posizione”.
“Si segga Herr Hermann-o Ghe… ghe… GHE –LA-IN?”.
“Gelain”.
“Gelain? Ach… Che cognome di origini ambigue? Di dove è Lei?”
“Pescantina”.
“No! Il cognome? Non sarà mica uno di quei finti italiani?”.
Non ho mai amato domande sull’origine del mio cognome, semplicemente perché non ho mai avuto una risposta certa, tuttavia rispondo: “Origine francese!”.
Scende un’altra valanga. Un tick potentissimo. “La posizione non è aperta per i francesi!”
“Ma non sono francese. Origini del cognome francesi, ma non sono francese”.
“ Sa dirmi koz’è lo ius sanguinis?”.
“OUI”.

 di Ermanno Gelain
(Apprezzando la cultura e la lingua tedesca, spero di non aver offeso nessun utilizzando la lingua come veicolo di ironia)
                                                                                                                                                 


giovedì 31 ottobre 2013

Insegnamenti.

da Il filo unisce, 

Tutto era accaduto cento metri prima di uscire da quella che era stata un’arrampicata faticosa, lunga e stressante
Gli imprevisti non erano mancati. A Sean erano volati via dalle mani appigli apparentemente solidi, causando cadute di metri e metri ed alla sua compagna l’inconveniente di dover sopportare l’ira che si scatenava dopo ogni volo. Quel giorno la roccia sembrava voler spingere la coppia giù, verso la base. Forse un modo per esprimere la volontà di non voler esser scalata, di non voler esser sfiorata, ma all'uomo non interessava e non dava seguito ai messaggi. Voleva arrivare in cima. La roccia e Clare dovevano fare silenzio.
Ma ora, in quei cento metri prima di terminare la parete qualcosa era successo. Recuperando Clare, l’anello di sosta del terrazzino aveva ceduto, staccandosi completamente dalla roccia. La mancanza di scarico del peso aveva catapultato Sean a testa in giù nel vuoto più totale, tenuto solamente da un chiodo piantato come ulteriore sicurezza, dopo aver visto le condizioni dell’anello arrugginito.

Immaginate un filo teso, così teso da produrre suono se mosso. Immaginate che esso non possa cadere nelle mani della sarta solamente grazie ad un piccolissimo ago conficcato nella stoffa. Immaginate l’instabilità di quell’unione con la vita e riportatela a Clare e Sean, i quali si trovavano agli estremi della corda, ambedue in aria a 1300 metri dal suolo sassoso.
Sean non sapeva cosa fare; la pressione della compagna lo stava sfibrando e gli impediva qualsiasi movimento. Come Clare, lui era troppo distante dalla roccia per potersi avvicinare, attaccare e affievolire il suono del filo.
Respirare voleva dire mandare giù bolle d’aria caldissima; gli occhi infiammati, lucidi e affondati nel panico incontrarono quelli di Clare, i quali capivano bene la situazione, ma erano tutt’altro che impauriti.
Nel profondo azzurro, ricamato da sottili linee di bianco pizzo e verde muschio, c’era qualcosa che si esprimeva; qualcosa di immenso. Qualcosa che non agitava, ma calmava il respiro del suo compagno. Rapito, lui scavò sempre più a fondo, e scoprì che l’azzurro, il bianco e il verde in realtà si fondevano insieme, variando colore e forma. Si accorse di non riuscir più a definire il colore degli occhi. Tuttavia ciò non era importante e passava in secondo piano rispetto a quel qualcosa che aveva visto nel profondo. E quel Qualcosa prese ancora più potenza, quando gli occhi di lei si bagnarono e illuminati dal riflesso del coltello tagliarono il filo. L’estremo cadde nelle mani della sarta. Un brivido partì dalle spalle e fluì fino alle nuca dell’uomo.

Le pupille di lui rimandavano la figura della donna che stava volando giù. Precipitavano gli occhi, le labbra rosse e generose assieme ai capelli oro, aquiloni che si libravano in cielo. Quella donna, inarrivabile da tutti. Bellissima, intelligente, era stata per lui imbarazzo iniziale, conquista e stupore nel momento in cui disse: “Sì, esco con te, a patto che non mi porti ad arrampicare, perché ho paura”. Una promessa non mantenuta.
Quella donna che stava rispondendo alle leggi della gravità aveva rivoluzionato totalmente il suo modo di vivere, di porsi in relazione. Con Clare bisognava prima di tutto amarsi in maniera profonda.  Nessuna differenza tra sé e l’altro.

Libero dal peso, ora era in grado di risalire la corda, ma rimase immobile a testa in giù.
Il respiro ora era così profondo da ricoprire qualsiasi rumore di sottofondo. I suoi occhi sott'acqua cercavano di guardare le cime delle montagna innevate.
La luce riflessa nella neve distante luccicava nella mente dell’uomo salvo. In quel momento di bagliori e di riflessi il pianto iniziò e finì scorgendo il mare, il blu intenso.
Il blu intenso e il respiro simile all'andare e al tornare delle onde.
Lui grazie al sacrificio di lei era salvo. Ora doveva mettere in pratica da solo ciò che lei aveva insegnato.

Doveva risalire la corda.

                                                                                                                                        di Ermanno Gelain 

giovedì 8 agosto 2013

Il filo unisce.



Tutto era accaduto cento metri prima di uscire da quella che era stata un’arrampicata faticosa, lunga e stressante
Gli imprevisti non erano mancati. A Jean erano volati via dalle mani appigli apparentemente solidi, causando cadute di metri e metri e alla sua compagna l’inconveniente di dover sopportare l’ira che si scatenava dopo ogni volo. Quel giorno la roccia sembrava voler spingere la coppia giù, verso la base. Forse un modo per esprimere la volontà di non voler esser scalata, di non voler esser sfiorata, ma all’uomo non interessava e non dava seguito ai messaggi. Voleva arrivare in cima. La roccia e Clare dovevano fare silenzio.
Ma ora, in quei cento metri prima di terminare la parete qualcosa era successo. Recuperando Clare, l’anello di sosta del terrazzino aveva ceduto, staccandosi completamente dalla roccia. La mancanza di scarico del peso aveva catapultato Jean a testa in giù nel vuoto più totale, tenuto solamente da un chiodo piantato come ulteriore sicurezza, dopo aver visto le condizioni dell’anello arrugginito.

Immaginate un filo teso, così teso da produrre suono se mosso. Immaginate che esso non possa cadere nelle mani della sarta solamente grazie ad un piccolissimo ago conficcato nella stoffa. Immaginate l’instabilità di quell’unione con la vita e riportatela a Clare e Jean, i quali si trovavano agli estremi della corda, ambedue in aria a 1300 metri dal suolo sassoso.
Jean non sapeva cosa fare; la pressione della compagna lo stava sfibrando e gli impediva qualsiasi movimento. Come Clare, lui era troppo distante dalla roccia per potersi avvicinare, attaccare e affievolire il suono del filo.
Gli occhi infiammati, lucidi e affondati nel panico incontrarono quelli di Clare, i quali capivano bene la situazione, ma erano tutt’altro che impauriti. Nel profondo azzurro, ricamato da sottili linee di bianco pizzo e verde muschio, c’era qualcosa che si esprimeva; qualcosa di immenso, qualcosa che non agitava, ma calmava il respiro del suo compagno. Rapito, lui scavò sempre più nel profondo, e scoprì che l’azzurro, il bianco e il verde in realtà si fondevano insieme, variando colore e forma. Si accorse di non riuscir più a definire il colore degli occhi di Clare. Tuttavia non era importante e passava in secondo piano rispetto a quel qualcosa che aveva visto Jean nel profondo. E quel Qualcosa prese ancora più potenza, quando gli occhi di lei si bagnarono e illuminati dal riflesso del coltello tagliarono il filo. L’estremo cadde nelle mani della sarta.

Jean si svegliò di colpo e si ritrovò con la testa avvolta nel telo della tenda. Si abbassò e guardò subito alla sua sinistra. Clare era lì che lo guardava compassionevole. Senza perder tempo respirò e disse: “ Passami il tuo coltello!”
Clare “Ora prova a calmarti. Hai avuto un incubo?”.
Jean sorrise ed esclamò: “ Non ti sembra che sia ora di andare al mare?”.
  
                                                                                                                                     di Ermanno Gelain


giovedì 13 giugno 2013

Il Respiro del lupo: Danza sulla frontiera

Parte 3 di Il Respiro del lupo

Danza sulla frontiera

Il ragazzo non aveva dormito molto. Aveva passato la maggior parte della notte con la mente soffocata, bloccato in un turbinio di pensieri che lo punzecchiavano appena entrava nello stato di dormiveglia. Ed ora, seduto davanti alla tazza di caffè bollente al tavolo della cucina sentiva ogni fibra del suo corpo cedere alla stanchezza. Tuttavia non era la stanchezza che infastidiva Louis quella mattinata. Da qualche mese percepiva un’asfissiante vibrazione di irrequietezza, la quale era culminata con l’incontro sconvolgente il giorno precedente.
Davanti ai fumi indiani del caffè egli non ricordava lucidamente tutti i momenti passati in sintonia con il lupo; rimembrava solamente lampi di immagini, la corsa istintiva e il respiro tambureggiante di fronte al bianco animale. L’insieme era confuso.
“Louis!”. Il giovane sobbalzò dalla sedia. Davanti a lui  si ergeva il vecchio taglialegna del paese Robert, il quale stringeva in mano un cappello sfibrato dei Cubs.
Era stupito ed imbarazzato da quella visita inaspettata. Non lo aveva sentito entrare dalla porta sul retro ed era stato colto durante la sua intima riflessione. “Wei… Ciao Robert! Non ti ho sentito arrivare. Vuoi caffè? Siediti, siediti pure”.
“Certo, poco però. Ho la pressione alta e il dottore mi ha detto che non dovrei neanche vederlo!”.
“Ti darò una benda per berlo allora!”. “Racconta! Come procede il lavoro invernale?”.
Robert si sedette con fatica, agitando il capo con fare sconfitto, “ Il lavoro? Male Louis. Male. Oramai c’è troppa concorrenza ed essa è diventata animalesca. Spietata, sia con chi il mestiere lo fa da anni, sia con gli alberi e la natura stessa”.
Risistemandosi sulla sedia, il taglialegna iniziò ad innervosirsi visibilmente; strinse le grosse mani rosse e forti ai bordi della sedia di legno scuro.
Disse abbaiando:“Non si possono tagliare alberi giovani e forti e lasciare quelli vecchi e malati. Non c’è più una logica. Forse non è mai esistita”. “No! Non così! Giovanotto mio non intendo continuare e rendermi partecipe di tale scempio”, “Ho fatto il boscaiolo per necessità, non per denaro. Chiedevo ciò che mi serviva e lo prendevo con rispetto”.
La moca del caffè fischiava da qualche minuto, ma Louis era assente. A bocca aperta non riusciva a dare forma, a dare un reale significato al discorso del suo interlocutore. Allo stesso tempo però aveva compreso l’essenza di ciò che Robert stava affermando.
“Giovanotto, la caffettiera!”. E come un fulmine Louis scattò a spegnere il fornello. Non era rimasta neanche una goccia, e la caffettiera era bruciata al suo interno, aveva quasi raggiunto il limite di esplosione. “Che coglione! Va beh… Rob te lo rifaccio, abbi pazienza!”.
“Fa lo stesso Louis, non sono venuto qui per il caffè”. Il vecchio si risistemo sulla sedia e i bordi della sedia vennero stretti ancora di più dalle grosse mani. Era venuto il momento di esporsi, di proporre. Chiese: “Hai ancora la vecchia slitta di tuo padre?”.
“Certo che ce l’ho ancora. Tuttavia è mal ridotta. Le lamine sono da sistemare e parti in legno da cambiare”. “Il freno è da rivedere e le briglie sono da ricucire”.
“Perfetta. Nessun problema. I cani?”.
“Come i cani? Intendi i miei cani?”.
“Di chi altro? Ricordo che tanti anni fa tuo padre aveva la migliore muta dell’isolato. Cavoli tuo padre ne sapeva di cani! E sembrava che conducesse un’automobile al posto di una slitta. Tutti cani obbedivano a lui e dopo lui ad Asha. Che cane stupendo! Assomigliava molto ad un lupo; occhi ghiaccio, manto bianco con rare macchie grigio chiare”.
“Sì! Che cane meraviglioso!” rispose Louis, ricordando il caldo della lingua del cane che lo puliva sempre quando era sporco o infreddolito. Ora batteva forte il cuore, ed il perché era nella compagnia e nell'insegnamento che quel cane gli aveva dato. Era cresciuto lì, in un posto sperduto tra truciolati di legno e freddo. Asha lo aveva accompagnato dall'infanzia fino a gran parte dell’adolescenza. Lo aveva seguito da qualsiasi parte, lasciando sulla neve le grandi impronte. Protetto fino al giorno in cui si imbatterono in un grizzly. Asha non arretrò di un passo e combatté fino alla fine, fino alla fuga del grizzly, fino all'ultima carezza di Louis.
“Non ho più nessun cane, già da quando mio papà è morto”, “Ma perché mi chiedi di cani e di slitte?”.
“Beh… Non sono mai stato bravo a fare i discorsi. Pensavo di partire e pensavo che tu potessi accompagnarmi in questo viaggio”.
Piccole vibrazioni risalirono lungo la spina dorsale di Louis. “In questo viaggio?”.
“Si, sei giovane. Mi potresti essere d’aiuto e io a te”.
Louis di risposta aggiunse: “Ma cosa intendi con viaggio?”, “Quanti giorni? Ti serve una mano con il lavoro?”
“Macché lavoro! Che si fotta il lavoro! Giovanotto non pensi che sei qui sulla Terra per un motivo molto più importante che spaccarsi la schiena e lavorare tutto il giorno per tutti i giorni della tua vita. Per di più,  nel momento in cui non lavori ti senti in dovere di mostrarti impegnato, di dimostrare sempre e comunque qualcosa”.
“Fai della filosofia ora? Rob, io ho bisogno di lavorare, non ho molti soldi e pochi ne avevo prima che mio papà morisse. Dimmi come potrei lasciare tutto e partire? E una volta tornato cosa potrei fare? Rimarrò indietro con tutto”.
“Cosa lasci Louis? Pensavo non avessi granché da fare qua!”. La risposta del vecchio aveva colpito inconsapevolmente la profonda incertezza di Louis, nate negli anni a seguire. Senza un posto di lavoro fisso, senza alcun legame di parentela e affettivo, senza una reale passione, se non per la natura circostante. Cosa allora lo stava facendo dubitare? Cosa lo fermava nell’arruolarsi per quel viaggio, non conoscendo né tempo, né rotta, né destinazione?
Si sedette di fronte a Rob e senza forzature e vergogna disse: “Mi blocca la paura. Ho paura di andare via e scoprire poi che la cosa giusta era rimanere”, “Ho paura di lasciare tutto”. Nel confessare tutto ciò guardò negli occhi il vecchio. Il sorriso che nacque da quel volto battuto dal tempo lo stravolse completamente. Scoprì una lacrima camminare lungo la guancia.
“Lou! È normale avere paura, assolutamente normale. Comprendi che nulla di materiale è esente dalla potente energia della paura, tuttavia se consideri tale normalità, la paura perderà potere, che sarà tuo. Con tale potenzialità potrai danzare con la paura, potrai usufruirne a tuo rischio e responsabilità. Potrai prenderla in giro. E non pensare che stia parlando di coraggio. No. E non pensare di potere cogliere tutto nelle mie parole”. Il vecchio Rob si alzò e aggiunse: “Non ti obbligo, questo no di sicuro. Fa ciò che ti senti”.
“Lo so che non mi stai obbligando”.
“Sappi che il mondo è tuo, perché io ho il mio. Ma possiamo condividerlo, fino in America del sud”.
“E cosa ci servirebbero le slitte e i cani per questo viaggio?”.
“Loui non fare il comodo, questa vuol essere un’avventura, o viaggio-avventura”, “Senza aerei, autobus, automobili, moto. Senza alcun mezzo che inquina. O a piedi, o in bici e Lou, nel nostro caso dobbiamo percorrere un lungo tratto innevato di Alaska e Canada”. A quel punto Rob tirò fuori la sua pipa e l’accese. “Tieni! Fa un tiro!”.
“Ho smesso”.
“Dilettante. Ricorda che se non hai un vizio, devi creartelo”.
“E tu ricorda di ammazzare il vizio prima che il vizio ti ammazzi!”
“Per una pipa ogni tanto. Comunque se ne vuoi sapere di più devi venire. Tu la tua slitta, io la mia”.
“E per i soldi. Io non ne ho molti. Per la slitta e cani riesco a pagare, per il dopo no. Sai che qui il terreno non si vende. Nessuno compra”.
“Non preoccuparti. Io sono vecchio, mia figlia ha la sua vita e di conseguenza a me i soldi non servono. Ti do i miei e li condividiamo, solamente se ci stai però”, “Ora non hai più scuse giovincello!”.
Era vero. Non aveva più scuse e aveva ancora paura. Che fare? Doveva e voleva decidere subito.
“Poi giovanotto, tutti gli uomini hanno un’amante messicana”.
“Non penso siano il massimo. Vorrà dire che tu prendi le messicane e le brutte e io tutte quelle belle e sorprendenti”.
“Questo sarebbe un si?” chiese il vecchio ergendosi dalla sua sedia.
“Direi di si”.
“Allora posso spiegarti cosa ho in mente. Si parte senza programma, diretti in America del sud”, “ Ti sta bene?”.

“Non lo so se mi stia bene tutto ciò. Penso non mi importi molto. Sto danzando sulla frontiera della paura e  dell'ansia”. 
                                                                                                         di Ermanno Gelain

mercoledì 3 aprile 2013

Il Respiro del lupo: L'amore in una fotografia



Parte 2 di Il Respiro del lupo

L'amore in una fotografia

Alle sei del mattino risuonò la sveglia per tutta la casa e senza perdere istanti preziosi Robert si alzò automaticamente. A pieni polmoni ricordò l’avvenimento del giorno precedente. Non era stato un sogno e con la notte la sua decisione non aveva perso d’intensità. Sebbene fosse padre, sua figlia oramai era grande e si era trasferita con la propria prole in una "vera" cittadina, lontano da quei paesaggi ghiacciati e stridenti con le nuove generazioni e con le nuove richieste dal mondo. A malincuore percepì che doveva slegarsi dalla sua piccola casetta nel piccolissimo paese, sputato nell'immensa Alaska. Doveva lasciarsi finalmente dietro una monastica vita, scandita dal lavoro, dal freddo e dai sacrifici.
Fece colazione velocemente e si vestì. In bagno si guardò allo specchio. Occhi scuri, pelle rugosa e colorata di rosa dalle basse temperature quotidiane. I suoi capelli e la sua folta barba avevano deciso decenni prima di  imbiancarsi, forse nel tentativo di mimetizzarsi nell'ambientazione esterna. Egli non era molto alto, ma l’altezza bastò per riuscir a svolgere i duri compiti di boscaiolo e di musher, guidatore di slitte nei periodi di necessità economiche. La sua figura robusta e ben piazzata rimandava al carpino, l’albero che nei pendii scoscesi sfida  da secoli le montagne, le quali con indifferenza scagliano contro il tronco sassi, fango, neve e freddo. Come il carpino, Robert aveva imparato a riparare le fratture superficiali, ma nella profondità invisibile i crepi erano rimasti, presenti e doloranti. Era per questo che ora stava indossando la giacca pensante, il berretto e la sciarpa. Prese le chiavi dell’auto. A quel punto però il suo tronco fece “Crack”, il tipico suono del legno spezzato. Sul tavolino dell'entrata principale posava una cornice. Era sua moglie che lo ammirava con sguardo affascinato ed innamorato, come aveva sempre fatto durante la loro vita condivisa tra quelle pareti. Con le chiavi del pick-up in mano Robert si vergognò profondamente. Sentiva che la stava scaricando in maniera troppo frettolosa e disinteressata. Come poteva dopo averla corteggiata per anni, con tanta fatica, tante delusioni e tanti contendenti dei paesi limitrofi? Lei, donna affascinante e carismatica, era rimasta inizialmente indifferente ai suoi corteggiamenti, per poi sciogliersi magicamente tra le sue braccia dopo un “Ti voglio vivere”, l'ultimo tentativo. Lì in piedi ricordava il matrimonio, l’odore del primo caffè, la prima cena romantica e l’estate tiepida, affaticati nella costruzione della loro casa. Ricordava che non aveva mai mangiato da solo; Annette si svegliava con lui prestissimo e lo aspettava fino a notte inoltrata, cercando di mantenere la cena e la casa calda. La ricordava sdraiata sul divano, accarezzarsi le curve perfette del pancione e guardalo con gli occhi gioiosi e un po’ lucidi. Come faceva ora a far scivolare via tutto senza ritegno? Le sue paure più intime e segrete le aveva prese e mostrate a lei, lei con il sorriso aveva fatto altrettanto e mai lo aveva giudicato.
Fu grazie a tutto ciò che nello scaglione dei cinquant'anni  quando i due corpi iniziarono a riassumere il tempo, il sentimento cambiò, seguendo istintivamente lo stesso amore di sempre.
Ricordava come fosse ieri il lungo tragitto verso Kodiak, con l’obiettivo di andare ad esaudire il loro desiderio, attraversare l’America latina e assaporare il sole e il caldo. Guardarsi per più di un’ora in costume sdraiati sulla sabbia. Lui ricordava ancora tutto perfettamente, sua moglie Annette invece aveva iniziato a confondersi e a dimenticare prima le chiavi di casa, poi la spesa in drogheria, i nomi degli amici, dei vicini, di sua figlia, dei suoi nipoti. Fino al momento in cui quegli occhi scuri, per lui sempre stati accattivanti e pieni d’intesa, cambiarono del tutto e dimenticarono anche il nome del marito ed il suo. Da allora ci furono pochi mesi faticosi per Robert, ma dediti alla sua “ragazza” fino alla fine. Il ricordo che chiudeva la lunga fila era la prima colazione e la prima cena da solo.
L’orologio scoccò le sette e fece comprendere al vecchio che aveva passato circa venti minuti davanti alla cornice. Si accorse che la vista era annacquata e il respiro entrava e usciva difficilmente. Strette e doloranti nella morsa delle mani c’erano le chiavi. D’impulso afferrò la cornice e liberò la foto. Se la mise in tasca e non contento ne prese un’altra di loro due, giovani e imberrettati per il freddo, e infine una della figlia Madaleine con i nipoti. Forse non era pronto per partire, ma non voleva aspettare i seguenti “Crack”, poiché tra lo scrocchiare del legno poteva celarsi quello definitivo, abbattendo così il carpino.
Inoltre, alla visione dell’incontro selvaggio tra il giovane e il lupo bianco, qualcosa in lui si era destato e ora appariva chiaro. Voleva che il giovane Louis venisse con lui, perché con lui aveva iniziato a crescere, lavorando sodamente. Voleva che condividesse il viaggio, forse senza ritorno. Perché, dopo un'attenta analisi, si rese conto che quel giovane animo solitario non era adatto alle lande desolate. Sapeva che il giovane Louis era cambiato nettamente dopo l’incontro. E così serrò la porta principale e accese il pick-up bianco dal freddo. Avrebbe detto tutto al giovane e avrebbe poi aspettato una sua risposta. Nel frattempo aveva già preparato la sua slitta, i bagagli e aveva richiamato la muta di cani che fremevano di rompere il bianco strato nevoso. Il richiamo a qualcosa di nuovo era iniziato. Forse lo stesso valeva per Louis. Ingranò e partì.

                                                                                                      di Ermanno Gelain