lunedì 10 giugno 2013

Lorenzo Cherubini Jovanotti, La linea d'ombra

La linea d'ombra la nebbia che io vedo a me davanti per la prima volta nella vita mia mi trovo a saper quello che lascio e a non saper immaginar quello che trovo mi offrono un incarico di responsabilità portare questa nave verso una rotta che nessuno sa è la mia età a mezz'aria in questa condizione di stabilità precaria ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto mi giro e mi rigiro sul mio letto mi muovo col passo pesante in questa stanza umida di un porto che non ricordo il nome il fondo del caffè confonde il dove e il come e per la prima volta so cos'è la nostalgia la commozione nel mio bagaglio panni sporchi di navigazione per ogni strappo un porto per ogni porto in testa una canzone è dolce stare in mare quando son gli altri a far la direzione senza preoccupazione soltanto fare ciò che c'è da fare e cullati dall'onda notturna sognare la mamma... il mare. 
Mi offrono un incarico di responsabilità mi hanno detto che una nave c'ha bisogno di un comandante mi hanno detto che la paga è interessante e che il carico è segreto ed importante il pensiero della responsabilità si è fatto grosso è come dover saltare al di là di un fosso che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato saltare verso il tempo indefinito dell'essere adulto di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura cosa sarò dove mi condurrà la mia natura? La faccia di mio padre prende forma sullo specchio lui giovane io vecchio le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio "la vita non è facile ci vuole sacrificio un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione" arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione e adesso è questo giorno di monsone col vento che non ha una direzione guardando il cielo un senso di oppressione ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare mi perdo nelle letture, i libri dello zen ed il vangelo l'astrologia che mi racconta il cielo galleggio alla ricerca di un me stesso con il quale poter dialogare ma questa linea d'ombra non me la fa incontrare. Mi offrono un incarico di responsabilità non so cos'è il coraggio se prendere e mollare tutto se scegliere la fuga od affrontare questa realtà difficile da interpretare ma bella da esplorare provare a immaginare cosa sarò quando avrò attraversato il mare portato questo carico importante a destinazione dove sarò al riparo dal prossimo monsone mi offrono un incarico di responsabilità domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire getterò i bagagli in mare studierò le carte e aspetterò di sapere per dove si parte quando si parte e quando passerà il monsone dirò levate l'ancora diritta avanti tutta questa è la rotta questa è la direzione questa è la decisione. 

mercoledì 3 aprile 2013

Il Respiro del lupo: L'amore in una fotografia



Parte 2 di Il Respiro del lupo

L'amore in una fotografia

Alle sei del mattino risuonò la sveglia per tutta la casa e senza perdere istanti preziosi Robert si alzò automaticamente. A pieni polmoni ricordò l’avvenimento del giorno precedente. Non era stato un sogno e con la notte la sua decisione non aveva perso d’intensità. Sebbene fosse padre, sua figlia oramai era grande e si era trasferita con la propria prole in una "vera" cittadina, lontano da quei paesaggi ghiacciati e stridenti con le nuove generazioni e con le nuove richieste dal mondo. A malincuore percepì che doveva slegarsi dalla sua piccola casetta nel piccolissimo paese, sputato nell'immensa Alaska. Doveva lasciarsi finalmente dietro una monastica vita, scandita dal lavoro, dal freddo e dai sacrifici.
Fece colazione velocemente e si vestì. In bagno si guardò allo specchio. Occhi scuri, pelle rugosa e colorata di rosa dalle basse temperature quotidiane. I suoi capelli e la sua folta barba avevano deciso decenni prima di  imbiancarsi, forse nel tentativo di mimetizzarsi nell'ambientazione esterna. Egli non era molto alto, ma l’altezza bastò per riuscir a svolgere i duri compiti di boscaiolo e di musher, guidatore di slitte nei periodi di necessità economiche. La sua figura robusta e ben piazzata rimandava al carpino, l’albero che nei pendii scoscesi sfida  da secoli le montagne, le quali con indifferenza scagliano contro il tronco sassi, fango, neve e freddo. Come il carpino, Robert aveva imparato a riparare le fratture superficiali, ma nella profondità invisibile i crepi erano rimasti, presenti e doloranti. Era per questo che ora stava indossando la giacca pensante, il berretto e la sciarpa. Prese le chiavi dell’auto. A quel punto però il suo tronco fece “Crack”, il tipico suono del legno spezzato. Sul tavolino dell'entrata principale posava una cornice. Era sua moglie che lo ammirava con sguardo affascinato ed innamorato, come aveva sempre fatto durante la loro vita condivisa tra quelle pareti. Con le chiavi del pick-up in mano Robert si vergognò profondamente. Sentiva che la stava scaricando in maniera troppo frettolosa e disinteressata. Come poteva dopo averla corteggiata per anni, con tanta fatica, tante delusioni e tanti contendenti dei paesi limitrofi? Lei, donna affascinante e carismatica, era rimasta inizialmente indifferente ai suoi corteggiamenti, per poi sciogliersi magicamente tra le sue braccia dopo un “Ti voglio vivere”, l'ultimo tentativo. Lì in piedi ricordava il matrimonio, l’odore del primo caffè, la prima cena romantica e l’estate tiepida, affaticati nella costruzione della loro casa. Ricordava che non aveva mai mangiato da solo; Annette si svegliava con lui prestissimo e lo aspettava fino a notte inoltrata, cercando di mantenere la cena e la casa calda. La ricordava sdraiata sul divano, accarezzarsi le curve perfette del pancione e guardalo con gli occhi gioiosi e un po’ lucidi. Come faceva ora a far scivolare via tutto senza ritegno? Le sue paure più intime e segrete le aveva prese e mostrate a lei, lei con il sorriso aveva fatto altrettanto e mai lo aveva giudicato.
Fu grazie a tutto ciò che nello scaglione dei cinquant'anni  quando i due corpi iniziarono a riassumere il tempo, il sentimento cambiò, seguendo istintivamente lo stesso amore di sempre.
Ricordava come fosse ieri il lungo tragitto verso Kodiak, con l’obiettivo di andare ad esaudire il loro desiderio, attraversare l’America latina e assaporare il sole e il caldo. Guardarsi per più di un’ora in costume sdraiati sulla sabbia. Lui ricordava ancora tutto perfettamente, sua moglie Annette invece aveva iniziato a confondersi e a dimenticare prima le chiavi di casa, poi la spesa in drogheria, i nomi degli amici, dei vicini, di sua figlia, dei suoi nipoti. Fino al momento in cui quegli occhi scuri, per lui sempre stati accattivanti e pieni d’intesa, cambiarono del tutto e dimenticarono anche il nome del marito ed il suo. Da allora ci furono pochi mesi faticosi per Robert, ma dediti alla sua “ragazza” fino alla fine. Il ricordo che chiudeva la lunga fila era la prima colazione e la prima cena da solo.
L’orologio scoccò le sette e fece comprendere al vecchio che aveva passato circa venti minuti davanti alla cornice. Si accorse che la vista era annacquata e il respiro entrava e usciva difficilmente. Strette e doloranti nella morsa delle mani c’erano le chiavi. D’impulso afferrò la cornice e liberò la foto. Se la mise in tasca e non contento ne prese un’altra di loro due, giovani e imberrettati per il freddo, e infine una della figlia Madaleine con i nipoti. Forse non era pronto per partire, ma non voleva aspettare i seguenti “Crack”, poiché tra lo scrocchiare del legno poteva celarsi quello definitivo, abbattendo così il carpino.
Inoltre, alla visione dell’incontro selvaggio tra il giovane e il lupo bianco, qualcosa in lui si era destato e ora appariva chiaro. Voleva che il giovane Louis venisse con lui, perché con lui aveva iniziato a crescere, lavorando sodamente. Voleva che condividesse il viaggio, forse senza ritorno. Perché, dopo un'attenta analisi, si rese conto che quel giovane animo solitario non era adatto alle lande desolate. Sapeva che il giovane Louis era cambiato nettamente dopo l’incontro. E così serrò la porta principale e accese il pick-up bianco dal freddo. Avrebbe detto tutto al giovane e avrebbe poi aspettato una sua risposta. Nel frattempo aveva già preparato la sua slitta, i bagagli e aveva richiamato la muta di cani che fremevano di rompere il bianco strato nevoso. Il richiamo a qualcosa di nuovo era iniziato. Forse lo stesso valeva per Louis. Ingranò e partì.

                                                                                                      di Ermanno Gelain

sabato 30 marzo 2013

Il Paese: Un giorno di primavera


Parte 2 di Il Paese

Un giorno di primavera



Elouise stava camminando sul prato infinito, vicino al bosco di cedri e pini e poco distante dal lago; il punto più estremo del paese. Là nessuno si avventurava, poiché troppo distante dalla sicurezza di due mura e un fuoco; era il confine con il mondo. Lei era felice, perché nessuno poteva disturbarla nella raccolta dei fiori che quel campo ogni anno in primavera le regalava. Li raccoglieva in immensi cesti di vimini, suddividendoli per colore e per forma. Sfruttando l’aria riscaldata dal primo sole il profumo del raccolto riusciva ad inebriare le api e a mandare in avaria le farfalle. Tale esplosione di vivacità della natura aveva fatto emozionare la ragazza, la bellissima ragazza. Perché sì, ci eravamo dimenticati di descriverla. 
Senza se e senza ma, che solitamente si aggiungono per non esagerare e non cadere nell'abbondanza,  lei era meravigliosa. In quel prato verde rubino, che solamente l’alternanza di pioggia intensa e sole riusciva a far risaltare; là non c'erano dubbi: Elouise era diventata donna.
Camminava a piedi nudi cercando i punti dove l’erba era più asciutta e più alta, affinché potesse sentire i fili verdi cercare spazio tra le sue dita. Le piaceva quando il lieve vento muoveva il prato, quasi fosse un mare in tempesta.  Uno spettatore esterno ed estraneo sarebbe rimasto incantato non dalla natura circostante, bensì da quella donna in controluce. Sarebbe stato in grado di vedere il vestito rosso intenso con piccoli fiorellini bianchi e neri dare forma e morbidezza al corpo, esaltandone i fianchi curvi e il seno. Tra la concavità di quel seno generoso cadeva quasi divertito un pendaglio a foglia, appeso a una fine catenella d’oro. La giornata soleggiata colpiva il giallo dorato in contrasto con la pelle di rosa candido dalla punta dei piedi fino alla fronte. Piccole macchioline di lentiggini dipingevano il naso, le guance e i lineamenti magri del viso. Esse non avevano osato però avvicinarsi alla bocca, alle labbra. Qualsiasi ammiratore nascosto avrebbe esordito con un “Uau!”. E istintivamente avrebbe voluto prima mordicchiare in maniera lieve, e baciare intensamente poi quelle labbra rosee e formose.  Finora erano rimaste inviolate;  i ragazzi del paese erano troppo orgogliosi, troppo rigidi e seriosi per giocarsi una carta. In quel momento a Elouise non importava, soprattutto in presenza di quel vento primaverile e di quei raggi, uniti in sinergia per mostrare ai tronchi degli alberi che esisteva un marrone più vivo e più estasiante, il marrone chiaro che espandeva i capelli lunghi e mossi. Sembravano profumati solamente ad osservarli ondulare e cadere sulle spalle ben definite, le quali volevano quasi attirare l’attenzione per segnalare delle clavicole, sì in evidenza, ma sempre morbide e femminili.  
Alla  schiena, nuda quel poco che il vestito di cotone concedeva, non servivano presentazioni. Scivolava prendendo delicatezza e sensualità lungo la colonna vertebrale, fin giù dove la pelle era di pesca e le linee dolci dune. Le mani utilizzate per cogliere i fiori erano lunghe, magre e un po’ venose, in armonia con le braccia soavi. Erano mani senza anelli e braccia senza ornamenti.
A questo punto, la descrizione diviene assai difficile e complicata. Con un’accennata forma a mandorla i suoi occhi lasciavano il tempo e lo spazio per entrare in una dimensione quasi surreale. Più che gli occhi, era lo sguardo, di un’iride verde speranza vicino alla pupilla, sciogliendosi in un blu oceano all'estremità. Le sfumature dell’iride avrebbero generato invidia in qualsiasi pittore esperto, il quale avrebbe consumato invano barattoli di colore con risultati più che deludenti.
Era un quadro perfetto che ritraeva una donna bellissima ma naturale, in sintonia con la natura. Un peccato, perché quel quadro con il passare del tempo stava diventando stretto e inadatto. E quel giorno di sole Elouise se ne rese conto. Doveva lasciare il paese e girare il mondo. Qualcosa in quei pensieri però la bloccava. Cosa avrebbero detto i suoi genitori? Si erano presi cura di lei a modo loro. Avrebbero sofferto nel loro silenzio in quel paese? O l’avrebbero seguita nelle strade ignote fuori dalla cinta protettiva?

                                                                                                                                                         di Ermanno Gelain