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venerdì 31 marzo 2017
Luce
Mi succede spesso di fermarmi...
e lo sono davanti al tempo trascorso con te.
Rimango immobile, silente davanti ai tuoi occhi di quel momento.
Essi brillavano e non dovevano rendere grazie alla luce del sole per questo. Era notte.
Non riflettevano alcuna luce esterna. Era buio.
Essi brillavano di luce propria, aperti con un raggio infinito.
Di loro me ne sono innamorato e ne ho bisogno.
Potrei fare il giro del mondo, conoscere tante donne, parlare, ascoltare, coinvolgere me stesso, mettermi in discussione, tutto solamente per ritrovarla; però quella luce sarà sempre un miraggio, una copia della tua.
mercoledì 1 marzo 2017
Mi permetterai di...
Mi permetterai di piantare la rosa, la più bella,
la rosa che lo sguardo farà commuovere...
Mi permetterai di darle nutrimento quando ne avrà bisogno,
di potare i rami secchi e aggiustare il suo portamento...
Mi permetterai di proteggerla durante il buio inverno,
liberandola dal ghiaccio, donandole nuova primavera...
Io mi permetterò di avere le mani graffiate dalle spine,
e il fiato corto al pensiero di perderla dopo molta dedizione...
Me lo permetterò per poter ammirare il suo splendore
e con un colpo secco reciderla e guardarti.
A te la dono, rischiando nuovamente.
E.
giovedì 4 luglio 2013
Luce di tapparella
È nei miei ricordi, quelli più remoti e fecondi. È l’immagine più forte di me bambino, che si svegliava dopo il sonno profondo. E nel lettino gli occhi si aprivano e riempivano. Le fessure della tapparella venivano accarezzate e passate da luce. Essa, d’arancia, prendeva forma, si intrecciava alla polvere volante e si mostrava perfetta e suadente. E girando il testino, il bambino la vedeva danzare sulla parete non più bianca. Quell'attimo io, quel bambino, allora estasiante magia, ora la pace più profonda e piena d’amore.
di Ermanno Gelain
Mi immaginai in qualche posto
Mi immaginai là, seduto sul bianco e verde acqua treno, che scivolava dolce sulle rotaie. E dondolando lo zaino facevo brillare gli occhi sulla speziata aria dell'India. Rientrato poi nel vagone, non avevo caramelle, non avevo giocattoli per i bambini vivaci, ma sentivo il profumo della terra africana. Quell'intenso rosso aranciato da colorare per sempre la gomma delle scarpe. O le tieni o le butti via.
Ad un tratto mi immaginai l'impulso di scendere, posare il piede nella foresta selvaggia, una metropoli di alberi. Ma la perfetta solitudine e avventura immaginata si stava trasformando nella mia mente, diventando compagnia seducente. Quale aspettative di mangiare paesaggi e di baciare rose?
E in quel momento mi immaginai di aspettare il treno in una stazione remota dell'Alaska. Arrivò e le montagne mi salutarono con fragori di valanghe. Il freddo e bianco mi lasciarono, mi immaginai.
Venduto lo zaino ad un cinese incuriosito, mi sedetti e immaginai di non immaginare più. Mi accorsi dunque dell'eleganza dei miei vestiti, mi stupii dell'intensità dei miei talenti, condivisi il tempo e lo spazio con la donna di capelli neri. I suoi occhi di nero carbone, così tanto da non poter distinguere iride e pupilla. Tanto da non poter farsi domande. La sua pelle di sapor caffè-latte e la sua bocca di sapor fragola. Vestito di fiori di campagna.
Ritornai al mio corpo, chissà dove, lassù e capii che era ora di tornare giù.
di Ermanno Gelain
sabato 23 marzo 2013
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